Mancano solo alcune settimane all’inizio della stagione 2012 del Team Todesco e, per definire la preparazione degli atleti, è stata scelta Finale Ligure (Sv) come sede dello stage che durerà 4 giorni.
La località, situata sulla Riviera Ligure di Ponente tra la città di Savona e Genova, è ormai rinomata come una delle aree più cool d’Italia per il freeride e la mountain bike in generale. E’ quindi la zona ideale per poter fare allenamenti mirati allo sviluppo della tecnica in discesa, grazie ai vari tracciati discesistici e affinare la resistenza in salita, sui sentieri che si snodano sull’Appennino Ligure, a ridosso del mare.

A partire da sabato 18 fino a martedì 21, i ragazzi del Green Project, accompagnati dal Team Manager Giovanni Munari, insieme a Stefano Servegnini, Dimitri Modesti, Agostini Alessio e il team photographer Michele Mondini, saranno impegnati nello stage e al loro ritorno, ad attenderli, ci sarà il grande debutto del Team Todesco.
Il Team Todesco in partenza per Finale Ligure
Il Green Project del Team Todesco su Mtb Magazine
E’ ora in edicola Mtb Magazine di febbraio con l’articolo di presentazione del Team Todesco Green.
I protagonisti del progetto, fortemente voluto dal Presidente Valerio Festi e curato in ogni dettaglio dal Direttore Tecnico Giovanni Munari, saranno Andrea Righettini, Stefano Freoni, Daniel Tassetti, Elia Mazzurega e Adolfo Canal.
A voi buona lettura!
Risolto malfunzionamento sito Team Todesco
In questa ultima settimana di gennaio il sito è stato oggetto di un attacco da parte di alcuni Lamers, ora dovrebbe essere tornato tutto funzionante.
Ci scusiamo per il disagio, buona lettura!
Quattro chiacchiere con Emiliano Ballardini
Dopo l’intervista di Aldo Bertoni di Pianeta Mountainbike ad Emiliano Ballardini sulla sua esperienza e vittoria alla settima edizione della Desert dash Namibia, l’atleta del Team Todesco ha risposto ad alcune nostre curiosità.
Da dove nasce l’idea della Desert dash Namibia?
A dire il vero fino a due mesi fa non sapevo nemmeno dove fosse la Namibia. Poi mi ha contattato tramite Facebook un mtbiker tedesco, Stefan Hiene, che vive sul Garda e che mi aveva “incontrato” come avversario in gara un po’ di volte. Lui stava cercando per conto della First National Bank (il main sponsor della gara), della Asem.tv, una società di marketing, e degli organizzatori della Desert Dash Namibia un biker italiano e aveva mandato a casaccio l’invito più o meno a tutti quelli che lo avevano preceduto alla bike x-treme. Anche al Dega, tra gli altri, ho poi saputo. Ho risposto subito chiedendo se era uno
scherzo e poi mi sono detto che era una bella occasione e che mi avrebbe aiutato a superare il momento di “impasse” in cui ero caduto dopo avervi detto che mi volevo ritirare dalle gare. Ho deciso di crederci e di prepararmi come se fosse già una cosa sicura. Intanto però andava tutto avanti solo per email fin quando mi sono trovato davanti allo sportello della Air Namibia a Francoforte e finalmente lì mi hanno fatto il biglietto aereo: il primo pezzo di carta che ha dato consistenza reale all’invito! Per un “razionalista organizzato” come me è stato davvero uno sforzo notevole, credimi!
Come ti sei preparato a questa avventura (allenamenti, alimentazione)?
Beh, avevo smesso di fare allenamenti specifici già da un po’. Ho anche qualche problemino fisico. E poi, come detto, avevo deciso di chiudere con le gare. All’inizio ho semplicemente ripreso a pedalare in mtb tutti i giorni in pausa pranzo, complice un autunno di sole come pochi negli ultimi anni e la gradita compagnia degli amici mtbiker di Rovereto, soprattutto di Manuel e Gabriele. Poi ho reintrodotto anche gli allenamenti in bici da corsa per dimagrire (ero già cresciuto tre chili!) e di potenziamento e per tre domeniche successive ho inserito dei lunghi di circa 200 km a fondo medio e lento, per la maggior parte del tempo da solo e senza usare la scia di altri ciclisti, studiando i miei consumi calorici. In totale cinque uscite in settimana, quattro col corsa e una col bike. Gli ultimi dieci giorni prima della gara ho mantenuto la frequenza degli allenamenti, ma ho fatto solo scarico. In Namibia mi sono allenato due volte e a ritmo molto lento. Anche perché Windoek, la città di partenza, è comunque a 1700 mt di quota e un po’ l’altitudine mi dava fastidio. E poi perché improvvisamente ci siamo trovati proiettati a 35 gradi all’ombra con un’umidità di solo 20%, vento e polvere: tutti con la gola secca e gli occhi arrossati!
Quanto alla bici, l’ho preparata con Fabio e Valerio di Todesco Moto: ho sostituito le viti in ergal della serie sterzo e dei portaborraccia con viti in acciaio, più facili da maneggiare con i minitools (anche di notte, in mezzo al deserto!). Ho montato i pedali xtr, notoriamente indistruttibili. Ho cambiato gli sganci rapidi in ergal delle ruote per metterne di più comodi da utilizzare. Ho montato le appendici per cambiare ogni tanto posizione ed ho imbottito maggiormente le manopole. Ho sostituito le ghiere delle valvole con bulloni da 8, più facili da smontare. Gabriele mi ha prestato un impianto luci notevole con due accumulatori. Ho raddoppiato il liquido antiforatura. Nello zainetto avevo 2 false maglie, del filo di ferro, alcune fascette fermacavi, pezze per le forature, una camera, un minitool, un forcellino del cambio, qualche attrezzo, due fast, un pezzo di copertone, l’attack “gommoso”… Non avrei mai accettato di non finire la gara per un guasto meccanico!
Quali sono stati i momenti più duri e quelli più belli della tua impresa?
Già solo la soddisfazione di tagliare il traguardo di una gara così (secondo gli organizzatori è la gara più lunga al mondo di mtb) è immensa: ero partito per “sopravvivere”, non per vincere. D’altronde l’anno prima aveva vinto un professionista e pensavo che lui o qualche altro specialista al suo posto avrebbe partecipato precludendo a tutti qualsiasi velleità di classifica. Immaginavo inoltre una gara passata a “risparmiare”, pedalando in scia alle staffette di due o di quattro corridori. Invece siamo andati in testa da subito noi singoli, in quattro, e poi dopo circa 100 km mi sono trovato da solo al comando ad aprire la strada a tutti… non ci credevo!
I momenti più duri sono stati nei 50 km di gara lungo l’acquedotto, a circa 70 km dalla fine. Il fatto è che gli organizzatori avevano deciso che farci fare gli ultimi chilometri su asfalto come l’anno prima, seppure dopo 260 km di gara, fosse troppo “facile”. Ci hanno quindi obbligato a seguire un tubo fuori terra, una “pipeline”, pedalando sul terreno libero (e col divieto di allontanarsi dal tubo per più di 5 – 10 metri). Tieni conto che era notte fonda, le tre all’incirca. La velocità è scesa subito a 20 km/h ed anche meno. Bisognava guidare tanto ed evitare sassi e buche, attraversare tratti di sabbia, cespugli e ciuffi di un’erba alta e sottile che non sapevo se contenesse spine o meno. Ero sfinito e la concentrazione richiesta mi ha fatto dimenticare di mangiare e bere. In più il cardio è andato in tilt e improvvisamente si è azzerata la distanza percorsa, impedendomi di calcolare esattamente quanto mancasse fino alla fine della quinta tappa. Avvicinandosi alla costa il tempo nel frattempo era anche peggiorato: ha iniziato a “snebbiare” e la temperatura è scesa a 11 / 12 gradi, con un maledetto vento contrario. Alla sosta della quinta tappa, dopo i primi 30 km lungo l’acquedotto, Till, il guidatore del mio fuoristrada di assistenza, e Johannes, un ragazzo tedesco che correva in coppia con Stefan e che lo aspettava per fare assieme l’ultima tappa, mi hanno vestito, rifocillato e soprattutto rincuorato. Ma è durato poco, perché nella sesta ed ultima tappa mi sono perso. La “pipeline” infatti improvvisamente si interrava per qualche centinaio di metri e al buio non trovavo dove proseguisse: mi sono sentito davvero solo e smarrito. Dopo qualche tentativo a vuoto in diverse direzioni e qualche minuto di angoscia (a pensarci adesso lo trovo ridicolo, in fondo rischiavo solo di perdere la gara, mica di farmi male…, ma penso che la stanchezza abbia un po’ ingigantito tutto: problemi e sensazioni) ho ritrovato l’acquedotto e gli ultimi chilometri sono letteralmente volati…
Sapendo che per te è difficile rinunciare alle ore di sonno, hai mai pensato di non riuscire a terminare la gara?
Sì. Come ho detto, da profano pensavo che fosse dura anche solo finirla. E a dire il vero lo penso ancora adesso. La notte prima poi non ho dormito proprio tanto (mi sono alzato spesso ed ho anche aggiunto un po’ di cose alla lista dei ricambi da portare…) e temevo che magari anche questo potesse influenzare la mia tenuta. Poi una volta in gara la motivazione è venuta da sé e a parte quando mi sono perso (e a parte quando ho incontrato gli sciacalli, che ho scambiato per cani…) ho sempre solo pensato che nella peggiore delle ipotesi avrei potuto solo perdere la prima posizione. Però in questi giorni ho anche letto di un mio avversario che per la troppa polvere ha sviluppato un’allergia e si è dovuto ritirare perché ormai quasi cieco. E infatti ci sono pur sempre stati 27 ritiri tra i “solo riders”, di cui due dei tre che erano “in fuga” con me all’inizio.
Come ti sei organizzato con l’alimentazione e i rifornimenti durante le quasi 14 ore di gara?
Allora, ti spiego. La gara prevedeva 6 punti di controllo. Sia che si corresse da soli che a staffetta ogni team aveva un veicolo al seguito che faceva più o meno lo stesso tracciato della gara. La formula di gara per i team a più persone prevedeva che i componenti dovessero correre tutti assieme la prima e l’ultima tappa, nelle altre tappe però i singoli membri della squadra si alternavano uno alla volta tra di loro. Durante le tappe l’assistenza dai veicoli era totalmente vietata. A metà delle tappe più lunghe c’era un punto di distribuzione dell’acqua e volendo anche dell’olio per la catena (l’ho messo 10 volte!!). Alla fine di ogni tappa, dopo la sottoscrizione del foglio di gara al punto di controllo, l’assistenza da parte dei veicoli era libera, ma per contro l’organizzazione non forniva nulla, a parte l’acqua. Io mi ero preparato 4 taniche da cinque litri pronte rispettivamente con maltodestrine, acqua, sali e glucosio (quest’ultimo per “rianimarmi” in caso di una crisi di fame). Poi avevo preparato dei sacchetti per ogni singola tappa, scrivendoci sopra il rispettivo numero, con le barrette, i gel, la lampada frontale, gli accumulatori e tutto quello che poteva servire di tappa in tappa, considerando che la gara è partita alle 3 del pomeriggio con 40 gradi al sole, 20% di umidità e salendo un passo a quota 2.200m ed è finita al livello del mare, di notte (il sole tramonta alle 20) con temperature tra gli 11 ed i 13 gradi, vento forte, nebbia e umidità conseguente.
In gara ho mangiato circa 15 barrette, il conto esatto non lo so, e circa un litro di maltodestrine pronte in gel. Le prime tappe ho corso sia con lo zaino idrico da due litri, sia con le borracce. Non ho mai saltato i punti d’acqua, dove bevevo circa due bottiglie da mezzo litro. Non so quanto ho bevuto di sali, maltodestrine ed acqua. Comunque tanto perché la mattina le taniche sull’auto erano quasi vuote. Secondo il cardio ho consumato poco più di 9.000 calorie. Non so se sia veritiero. Fatto sta che ho perso sei chili e non li ho ancora recuperati tutti!
Che valore ha, nella tua carriera agonistica, una medaglia d’oro vinta nel continente africano?
Ah beh… mi conosci e sai quel che valgo, ciclisticamente parlando. Da Zaglio ho preso cinque minuti agli ultimi italiani di Pejo. Zappa e Casagrande li vedo in partenza ed alle premiazioni, anche se in gara do sempre tutto. Diciamo che sono una seconda linea che quando mancano i più forti, ha qualche possibilità di vincere. Con questa doverosa premessa, ogni vittoria è una festa. Perché sono poche e sudate. Vincere lì è stato fantastico, ma soprattutto inatteso. Perché quando corro in Italia conosco gli avversari e mi so “collocare” ancora prima del via. Laggiù non conoscevo nessuno e non sapevo nemmeno se ci fossero dei professionisti al via. A dire il vero non mi ero nemmeno informato: pensavo solo a concluderla. Scorrendo oggi la classifica ho scoperto che però c’erano il secondo, il terzo, il quarto ed il quinto arrivato dell’anno scorso, degli specialisti, quindi, che sono arrivati nei primi cinque anche quest’anno e questo mi rende molto orgoglioso della vittoria.
Ti avevamo lasciato 2 mesi fa, mentre annunciavi il tuo ritiro dalle gare…. Cos’è successo? Un ripensamento o un addio in grande stile?
Cara Federica, non so più cosa dire. Non so più cosa fare. Il ginocchio che a settembre si era infiammato ora tace. A gennaio farò delle infiltrazioni. Tutti sono insorti contro il mio ritiro, però devo concilare anche le esigenze dell’azienda di famiglia. Ho fatto delle scelte, in questi anni, di cui non mi pento affatto. Molto lavoro, molta mtb, poco svago e poca vita sociale. L’ho fatto perché ero alla ricerca di un nuovo equilibrio, dopo la fine di una vicenda sentimentale che mi aveva coinvolto per tanti anni e che pensavo fosse quella della vita. Pensavo allora di correre ancora uno o due anni e poi mollare tutto e rimettermi in gioco. Purtroppo il Team Todesco è stata da subito molto più di una semplice squadra. Purtroppo ho imparato di più in questi due anni da Carlo, Dimitri e Dega che in tutti i vent’anni di gare precedenti. Purtroppo questo è stato il mio migliore anno di sempre e la mtb agonistica mi manca anche al solo pensiero di mollarla…
Vuoi dirci qualcosa sul tuo 2012, o preferisci lasciarci il gusto della sorpresa?
Nessuna suspense! Non mi piace tirarmela. Sto ragionando con Marzio. Stiamo pensando ad un impegno molto limitato: 8-9 gare al massimo e molto scaglionate. Vediamo. Intanto però permettimi di ringraziare:
Stefan Hiene, per l’invito e l’amicizia spontanea e diretta che è nata tra noi;
Till Drobisch, per l’eccezionale assistenza in gara, materiale e psicologica;
Fabio e Valerio, per la disponibilità, l’affetto e l’aiuto tecnico (Vale: fai un po’ di conti!);
Gabriele e Manuel, per l’impianto luci e il packaging del bike;
Sandro e Barbara, per l’aiuto e l’assistenza packaging bagagli all’ultimo momento;
Marzio, sempre e comunque;
Reuben, per l’accommodation e l’aiuto in Namibia;
I miei genitori ed Enrico;
Il mio specy s-works “Chubbabug” che ha tenuto duro con me e che so che mi capisce, anche se non mi risponde, quando gli parlo.

